Oggi conosciamo Mattea David, nel comitato della Faftplus da qualche anno. Come scrive sul suo profilo Instagram: architetta d’interni, socialista, femminista, attivista e tanto altro. “A volte scrivo cose”, dice. Riflessioni, ci permettiamo di osservare, davvero molto interessanti. Come quella che vi proponiamo oggi. 

Il “linguaggio ampio” rappresenta un’evoluzione rispetto al “linguaggio inclusivo”. Non si limita ad accogliere chi si trova “fuori” da una norma prestabilita, ma amplia le possibilità espressive per tutte le persone, creando spazi di convivenza e rispetto delle differenze. 

Muri o ponti

Le parole non sono mai neutre. Non lo sono mai state. Possono aprire porte o chiuderle, costruire ponti o muri. Ecco perché parlare di linguaggio ampio oggi è un atto politico: significa andare oltre l’idea stessa di inclusione. Mentre “inclusivo” suggerisce l’esistenza di un centro che accoglie chi sta ai margini – perpetuando una gerarchia tra chi include e chi viene incluso – “ampio” dissolve questa dinamica di potere. Apre a molteplici modalità comunicative, senza gerarchie. Non è più un gesto dall’alto verso il basso, ma una pratica orizzontale: una danza collettiva di significati condivisi. 

Ma perché Faftplus dovrebbe farsene portavoce? Perché le parole non si limitano a riflettere il pensiero: lo plasmano. Costruiscono la società in cui viviamo, determinando chi è visibile e chi resta nell’ombra, chi conta e chi viene dimenticato. Per un’associazione impegnata nel promuovere la parità in tutti i settori – economico, politico, sociale – adottare un linguaggio ampio non è solo coerente: è radicale e necessario. In un mondo frammentato, questa scelta riconosce e accoglie le differenze in tutta la loro complessità: non solo di genere, ma anche di religione, etnia, disabilità, orientamento sessuale, classe sociale, provenienza geografica.

Tutte le identità

Usare un linguaggio ampio all’interno di Faftplus significa portare nelle politiche pubbliche e nella comunicazione quotidiana uno sguardo che raggiunga davvero tutte le persone: non solo chi è già visibile, ma soprattutto chi è stato sistematicamente ignorato. Significa tradurre in pratica il principio costituzionale di parità e dignità, che non si accontenta di “includere” dall’esterno, ma afferma la centralità di ogni voce. Uno spazio in cui tutte le persone sono rappresentate non per concessione, ma per diritto. E questa ne è la sua forza. 

Domattina dunque, entrando in classe, invece di dire “cari ragazzi” potreste scegliere un “cari studenti e care studentesse”. Meglio ancora, un semplice “Buongiorno”. Sono gesti apparentemente piccoli, ma rappresentano un passo concreto verso una comunicazione più equa. Perché le rivoluzioni iniziano anche dalle parole che scegliamo ogni giorno. 

(foto: Faftplus)

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